Ma è davvero così? Esiste qualcosa che non inganna?
Le domande sono nate in una conversazione con un celebre fotografo di età, a Tashkent, nell’anno ventiquattro. La fotografia non inganna mai — mi disse l’uomo dalla barba bianca. E per un attimo ci ho creduto. Eppure, in profondità, già qualcosa in me resisteva — tra lo sconcerto e il dissenso.
L’unica fotografia in cui mio padre sembra davvero felice è quella dove fuma con gli amici. In nessuna foto di famiglia appare così vivo, così se stesso.
La fotografia è l’inganno più grande che abbiamo — continua la mia professoressa, già a Roma, nello stesso anno.
E io aggiungerei: inganna perché le persone ingannano. La fotografia non mente — eppure inganna sempre. Non perché la luce tradisca, ma perché siamo noi a tradire: scegliamo l’inquadratura, il momento giusto, il sorriso da mostrare.
Ci inganna perché vogliamo essere ingannati. Perché crediamo alle sue menzogne.
L’unica cosa che non si ritrae e non si mette in posa è la realtà dell’esperienza vissuta — quella rimane, si fa sentire, e non necessita di rappresentazioni: sempre così riducenti.
È l’unica cosa che non mente mai.


